Nella giurisprudenza italiana in virtù della legge 248 del 18 agosto 2000 anche i testi pubblicati su internet godono della tutela del diritto d’autore già stabilito dalla precedente legge 633 del 22 aprile 1941. La loro riproduzione integrale o parziale è pertanto libera in presenza di scopi culturali e al di là di contesti di lucro, da questo lecito uso fuori del consenso dello scrittore si devono necessariamente poter evincere i seguenti dati: il link del testo, il titolo, l’autore e la data di pubblicazione; il link della homepage del suo contenitore web. Copiare non rispettando queste elementari norme rappresenta un illecito.

martedì 19 gennaio 2021

LA TANATOLATRIA DI DE SADE

di DANILO CARUSO
 
Chi studia la Civiltà occidentale e la storia umana su questo pianeta in maniera seria e approfondita non può fare a meno di fare i conti con la figura e la produzione letteraria di
Donatien Alphonse François de Sade (1740-1814). Notissimo l’aggettivo “sadico” che da lui prende origine. Egli si considerò un “filosofo”, e simile qualifica, a mio meditato avviso, nonostante tutto quello che ha descritto nelle sue opere, non gli si può negare. De Sade ha sviluppato nella sua creazione letteraria dei determinati principi, sfocianti nell’irrazionalismo, partendo da una base razionalistica e illuministica. Che le conclusioni a cui è approdato siano totalmente inaccettabili da una persona sana di mente non impedisce di comprendere l’“iter filosofico” su cui lui le ha poggiate. È del tutto fuor di luogo immaginare l’ipotesi di liceità della violenza da lui proposta. Tale punto è inappellabile nell’approccio scientifico alla redazione sadiana e al suo autore. L’associazione di sesso, maltrattamenti, torture e uccisioni in un unicum rilevabile nei suoi romanzi non rappresenta ovviamente un fenomeno patologico mentale e comportamentale inventato da simile inquietante scrittore francese. Esisteva prima di lui, non tematizzato con pari insistenza, e non noto con il nome di “sadismo”. L’autore de Sade ci pone di fronte a uno sconcertante orizzonte, il quale chi vuol conoscere bene la realtà non può ignorare. Non è facile guardarlo e scrutarlo a fondo con facilità, non rimane ingiustificato il lettore che rimanesse traumatizzato dal contatto con la produzione sadiana. Quelle forme di inaudita violenza, i modi esagerati e la loro coniugazione a un’attività sessuale non sono storie all’ordine quotidiano. Tuttavia de Sade ci ha obbligati a tenerne conto quantomeno in ambito di studio. Ed essendo quel che egli ci ha presentato un caso limite, non si può ignorare il pensiero sadiano senza pregiudicare la visione dell’intero cui ambisce la filosofia. Con tale spirito ne ho affrontato un esame, il quale si è riallacciato al mio modello analitico di conoscenza della Civiltà occidentale. Parlando da junghiano, sono d’accordo con chi ha visto in de Sade un precursore sui generis di Freud. Qua debbo spiegare per chiarezza che per me la libido freudiana rappresenta un grado inferiore della libido junghiana, vale a dire che l’animalità non esaurisce in toto la qualità dell’energia vitale, ma essa può essere vissuta in gradi diversi (di cui uno superiore più intellettuale, più spirituale per Natura e non sublimato). Chi vive secondo una libido freudiana, nella mia ottica, resta sottoposto a un sacrificio libidico (“principio di realtà”, e “sublimazione” nei casi di produzione intellettuale ed estetica). Chi si è elevato alla libido junghiana, abbandonando la “fase naturale” e passando alla “fase culturale”, non vive in guisa negativa i contenuti altrimenti imposti dal “principio di realtà”: questi ora diventano “naturali” in conformità alla Ragione (tra essi ad esempio lo Stato nella concezione aristotelica). Riprendendo il filo sadiano, sarà adesso semplice capire il piano sopra il quale colloco la mia analisi. De Sade ha scoperto l’Es e e le sue pulsioni, e ha trattato della dicotomia freudiana “Es / Super Ego”, delegittimando la facoltà di crescita spirituale alla volta di una maturità junghiana, nel modo in cui io l’ho testé intesa. Comprendere il perché il filosofo francese faccia così apre le porte a una visione lineare in quel torbido magma. Ch’egli fosse sadico nella sua condotta giovanile lo testimonia la sua biografia, che non lo fosse stato nella guisa radicale dipinta nelle sue opere lo affermò poi in futuro quando fu più volte incarcerato a causa di simile sua patologica inclinazione. Non possiamo però scartare l’idea che se non fosse stato detenuto e posto sotto vigilanza, sarebbe potuto peggiorare sulla falsariga della sua elaborazione scritturale. Ciò non è comunque possibile sostenerlo. Che durante il periodo rivoluzionario francese si mostrasse moderato nella sua attività politica di sostegno al nuovo corso, non dice poi molto se dalla sua testa scaturivano le scene e le idee inserite nelle sue pagine. Che si voglia dare la colpa della genesi della sua creazione letteraria alla carcerazione prolungata, ugualmente non dice gran che. Nessuno ci può garantire che quella produzione sia stata figlia dell’isolamento, e non invece un surrogato forzato. Mi sento di sostenere che “catarsi” ci sia soltanto nel suo lettore il quale non sia disturbato. Le cose descritte da de Sade farebbero passare la voglia di uccidere anche una mosca. Costui ha ben compreso le pulsioni poi teorizzate da Freud in ambito psicanalitico: quelle positive, miranti a un benessere personale e di specie, collegate a cibo e sesso; e altresì quella distruttiva che si manifesta nelle forme aggressive e violente. Inoltre lo scrittore francese le ha messe assieme esplicitamente delineando la “patologia sadica”. Questa di per sé scaturisce in soggetti ancorati o regrediti a uno stadio di sviluppo psichico personale vincolato da un lato a un grado di libido animale, i quali commettono il gravissimo errore, mentale e comportamentale, di associare alle pulsioni relazionate al cibo e al sesso quella inducente a distruggere. Cosicché si crea un torbido connubio in cui mangiare e svolgere attività sessuale si snaturano dalla loro positiva forma naturale. Premetto qui un dettaglio conclusivo: il sadismo costituisce una forma di tanatolatria. Essa rappresenta il significato ultimo del sistema filosofico sadiano. De Sade è di forma mentis illuministica, subisce l’influsso di Rousseau, è materialista. Come quest’ultimo, il primo ritiene che ci sia un’“ottima condizione di Natura”, però l’analogia di impostazione rimane solo formale. Mentre l’uomo naturale rousseauiano è buono e pacifico, quello sadiano è ispirato alla visione hobbesiana. Questo è l’individuo sottoposto al freudiano “principio di realtà”. De Sade teorizza il primato dell’Es a scapito del Super Ego, lo fa in modo lucido e consapevole, ed è questo a far di lui un “filosofo”. Il suo “razionale irrazionalismo” ci spinge a un confronto intellettuale molto duro con lui e abbiamo obiettivamente difficoltà a demolirlo se non attraversiamo la prova equipaggiati a dovere di strumenti concettuali adeguati e opportuni. Lui ci rinfaccia con Hobbes e ante litteram con Freud: l’Es è la Natura originaria, la stratificazione psichica autentica. E con Rousseau ci ribadisce: quello è l’essere umano vero, non quello intrappolato nella sovrastruttura sociale. Il problema è molto serio, tant’è che lo ritroviamo già elaborato nitidamente in Platone, cioè nel più importante filosofo di ogni tempo senza il quale la filosofia non sarebbe stata poi quella che si è rivelata. Nel mito della biga alata del “Fedro” (con i due cavalli rappresentanti da un canto le passioni e dall’altro emozioni e sentimenti equilibrati, e a parte l’auriga simboleggiante la Ragione) è già presente il dilemma sadiano appena evocato: le pulsioni freudiane pure definiscono l’essere umano? Il primo a rispondere no è proprio Platone. Seguito da Aristotele, con la sua etica della medietà e con la sua definizione di essere umano: animale munito di Logos. Nella concezione sadiana il Logos dell’uomo viene ridotto ai minimi termini, quanto basta all’organizzazione e al godimento della nefandezza. Agli occhi di de Sade l’uomo è un animale, in senso pieno, mancato: feroce, libidinoso, senza limiti. Lo scrittore francese sovverte appunto l’ideale della Grecità antica, quello della “moderazione”, variamente messo in scena in quel teatro (si pensi alla catarsi aristotelica). Lo slancio dell’Es nei deprecabili protagonisti sadiani non trova un freno, non ottiene un appagamento in guisa serena. Noi possiamo comprendere il meccanismo sadista non indagando il come della sostanza, bensì il perché della forma. La sostanza costituisce il continuo ripetersi di “una” forma di base. La ripetizione che Freud definisce “coazione a ripetere” rappresenta una vocazione di morte, di immaterialità inorganica, in particolare una proiezione verso lo stadio prenatale di inesistenza. Ecco la tanatolatria cui più sopra facevo accenno. Il sadismo costituisce un culto della Morte. La Natura in de Sade si configura in modo esclusivo quale Grande Madre negativa: il male raffigura la cifra dell’Essere. Pertanto al fine di rendere felice, il soggetto umano deve essere liberato dalle catene sovrastrutturali morali e giuridiche. I più forti, i più abili godranno; gli altri saranno per Natura o sottoposti a costoro o comparse inutili da eliminare. La cosa che più turba deriva dalla coerenza interna del sistema sadiano, perciò bisogna entrarci allo scopo di demolirlo. La caratteristica distintiva universale dell’essere “umano” proviene dalla Ragione, l’auriga della biga platonica; ed essa non subisce sperequazioni di genere. Quantunque il filosofo francese non faccia formale discriminazione di genere nel votarsi alla mala condotta, sono nei suoi scritti di più gli uomini protagonisti negativi e le donne le vittime. Dunque de facto di Sade avalla l’antifemminismo, vede nelle donne soltanto oggetti di piacere illecito. Una simile generale impostazione sadista non può essere tollerata giacché se esiste il Logos ed esso è discriminante dell’umanità, a questo va il primato, non all’Es. Platone mediante il suo mito ricordato ci indica come ottenere la vittoria concettuale sul filosofo francese (il quale possiede alcune coloriture sofistiche), tuttavia ci chiarisce che far vincere la Ragione non è appunto impresa da poco in un mondo dove vengono privilegiati gli aspetti passionali. La tanatolatria sadiana mostra un significativo sintomo nella coprofagia, rappresenta questa un segno del culto del non organico: chi la pratica partecipa di un rito evocante la Grande Madre negativa. Essa produce male e morte quali mete ideali. Le pratiche coprofagiche costituiscono una sorta di partecipazione simbolica all’inorganico prenatale (della coazione a ripetere di cui detto sopra). Non poche cose nella redazione sadiana possiedono un connotato aberrante, vomitevole, iperbolico. Solo attraverso l’uso arbitrario e irrazionale della Vis, come sostiene de Sade, potrebbero essere imposte: la Civiltà umana le rifiuta quali estranee alla propria specificità, e le giudica illecite altresì in assoluto poiché la Natura non è esclusivamente Grande Madre negativa. Essa possiede un duplice volto, di cui il più importante è quello creativo e conservativo nel benessere. Un approfondimento ulteriore in termini freudiani consente di capire ancora meglio la natura del pensiero e della letteratura sadiani. Freud, come ha ricordato Lou Andreas-Salomé, ha associato il sadismo all’erotismo anale sottolineando come già presso gli animali possano comparire forme parascatolatriche. La von Salomé prosegue dicendo che una disposizione erotico-scatolatrica compare nei gruppi umani arretrati, al di fuori della civilizzazione, dove la sessualità possiede una libertà epifanica animale. Patologica si rivela la regressione nel seno della civiltà. La morbosa attenzione alla sfera anale sotto il profilo scatologico costituisce sintomo caratteristico di un disturbo psichico nell’uomo che non ha raggiunto la maturità mentale sessuale. Il “carattere anale” in Freud appartiene a determinati soggetti i quali non hanno raggiunto la fase del primato genitale. Loro sono connotati, nella tipologia integrale, da avarizia e ostinazione. Di fronte a costoro il mondo rappresenta un campo estraneo da sfruttare a vantaggio di un edonismo personale solitario, dove il proprio esclusivo benessere rappresenta ciò che conta. La studiosa freudiana rammenta che il richiamo della fase di sviluppo sessuale anale costituisce in maniera simbolica un’evocazione di tutto quanto sia riconducibile alla Morte. Alla tanatolatria sadiana è riconducibile l’“insistenza” sadista all’anal sex. E preciso: l’“insistenza”, non la pratica la quale rimane possibile e libera in un armonioso rapporto di coppia etero o omosex (anzi in quest’ultimo caso si mostra il principale tipo di congresso carnale fra maschi). Il protagonista sadico è un edonista sotto l’insegna della Morte, il suo circuito è questo: sesso-violenza-uccisione. Egli rappresenta il campione dell’Ombra junghiana. La quale scaturisce dalla tensione in ambito libidico freudiano fra Es e Super Ego. Sebbene la “possibilità” sia “libertà”, tutto ciò che è immaginabile non è lecito. Smarrire la guida della Ragione per adeguarsi alle “necessità” dell’Es vuol dire perdere la libertà e comportarsi da animali in preda a istinti. Socrate non aveva molto torto a sostenere che gli uomini si comportano male a causa di ignoranza (intellettualismo etico). Se ad esempio i ragazzi studiassero le nefandezze sadiche sotto opportuno insegnamento, da adulti potrebbero essere stati vaccinati contro l’Ombra, e inibiti a perseguire irrazionale smodatezza grazie a una catarsi pedagogica. La fusione sadiana delle primordiali pulsioni freudiane (verso sesso, cibo, distruzione) può configurarsi come “volontà di potenza” nietzschiana: sono d’accordo con chi ha maturato questa riflessione. Aggiungo, per quanto attiene al mio pensiero, che questa sia più ancestrale del volontarismo luterano (nell’ambito occidentale della forme di attivismo nevrotico). E chi ha visto nel nazionalsocialismo l’esercizio esplicito di modi sadici, a mio avviso, non sbaglierebbe. Secondo me esiste un particolare filo attivistico che attraversa la cultura tedesca nei secoli e i cui estremi sono rappresentati da Lutero e dal fenomeno nazista. Ritengo in generale che il sadismo quale patologia comportamentale non abbia direttamente bisogno di una violenza sessuale in termini di stupro, giacché torturare e seviziare nella mente di simili soggetti molto gravemente deviati appare attività provocante soddisfazione libidica sessuale. In parole povere le pulsioni freudiane si identificano e possono dismettere alcune caratteristiche specifiche nell’esercizio sadico. Io giudico il fenomeno delle persecuzioni condotte dall’Inquisizione nel loro aspetto pratico un caso di sadismo più evidente sul piano psicanalitico rispetto alle violenze naziste, ma colloco naturalmente entrambe sullo stesso livello nella qualità di crimini contro l’umanità. Il sadico può surrogare l’attività sessuale nella violenza (in seguito a pregressa repressione formativa o altro). Nelle persecuzioni cristiane esiste una fortissima connotazione sessuale (sessuofobica nevrotica) come testimoniato dai target (donne e omosessuali, accanto ad altri). Il Cristianesimo esordisce con un clamoroso femminicidio sadico, quello di Ipazia di Alessandria, per poi proseguire con tutto il resto in merito obiettivamente rintracciabile nella storia. L’operato dell’Inquisizione non manca di essere ricordato nelle pagine di de Sade, e per giunta con apprezzamento (il che sconcerta e disorienta se teniamo in conto che l’autore francese è un accanito materialista anticlericale). La tipologia del “carattere anale” freudiano associabile al tipo sadico, in virtù delle sue connotazioni integrali (avarizia, ostinazione), mi consente di compiere un salto nell’ambito sociologico e di intravedere le qualità del sadico nella figura del capitalista sregolato. Simile operazione non appaia arbitraria. Il capitalista mira all’appagamento di un desiderio illimitato di accumulazione pecuniaria, con avarizia e ostinazione (ci si ricordi di Freud). Violenta la Natura (stupro della Grande Madre), e soprattutto esercita un potere di dominio sui propri subalterni salariati, quest’ultima una cosa che secondo me si rivela una forma di sfruttamento particolare. I salariati affittano il proprio corpo allo scopo di prestare la manodopera (manuale o intellettuale) al datore di lavoro (il privato o lo Stato borghese), e in tale rapporto nella società borghese intravedo una specie di “prostituzione forzata”. Pasolini nel trasporre sul piano filmico “Le 120 giornate di Sodoma”, mostruoso romanzo sadiano (sia per i contenuti che per la mole narrativa progettata), ha colto nella sua operazione tale valenza. E in particolare ha unificato nella pellicola più livelli richiamati nella mia analisi. Il nazismo ha difeso gli interessi del capitalismo tedesco, si è manifestato quale epifenomeno politico della germanica “volontà di potenza”, è stato feroce sterminatore degli avversari: la sadica “volontà di potenza” celebrata nel mito della superiorità della razza ariana ha avuto le sue vittime in modo speciale negli Ebrei. Il film di Pasolini ingloba la libidica freudiana voluntas capitalistica, quale suo connotato. In questo momento di esso mi interessa questo aspetto perché il mondo auspicato dalla visione filosofica sadiana mi appare la possibilità di una degenerazione della società capitalistica. Il liberalcapitalista smodato, al pari del libertino sadico, promuove la riduzione ai minimi termini del controllo statale, auspica la “massima libertà”, giacché una “mano invisibile” super homines aggiusterebbe tutto alla volta del meglio. Ne viene sostanzialmente fuori invece il primato della sopraffazione pratica da parte del più abile e più forte. Tale stadio così standardizzato nella sua idealità negativa non lo ritengo però immediato. In passato studiando i classici della letteratura distopica chiarii che il Brave New World huxleyano era intermedio rispetto alla nostra società e al mondo wellsiano dei Morlock e degli Eloi. Adesso sono nella condizione di poter aggiungere un altro stadio intermedio a quelle due eventuali degenerazioni future: il sistema sociale sadista. Se la nostra società occidentale impazzisse radicalmente vedo tra le distopie prossima quella huxleyana del libertinaggio soft. Un dettaglio del Mondo Nuovo che a suo tempo collegai con la posteriore, in relazione alla pubblicazione del libro, esperienza nazista proviene dalla cremazione dei cadaveri e dal loro uso a scopi produttivi. La realtà sadista del libertinaggio sregolato costituirebbe un livello successivo alla distopia huxleyana. E anche qui, in aggiunta a tutti i dettagli sinora sottolineati, voglio rammentarne uno nuovo preciso: il cannibalismo. In un romanzo sadiano, “Aline e Valcour”, viene descritto il regno di Butua i cui abitanti sono cannibali. Cannibali sono i Morlock wellsiani. Quel mondo in cui il time traveller arriva potrebbe dunque costituire ennesima degenerazione: in effetti noi non sappiamo se i Morlock possano aver mantenuto altre inclinazioni sadiche, Wells non ci dice che siano stupratori e torturatori, ma neanche afferma il contrario. Probabilmente sono rimasti solo cannibali, e quel cannibalismo wellsiano riproduce il modello, degno del darwinismo sociale, della lotta fra classi (in senso lato, anche in una prospettiva sadiana: i più forti contro i più deboli). Non trascuriamo il fatto che de Sade è stato un pensatore liberale illuministico, e che il liberalismo e il liberismo forniscono l’ideologia di riferimento al capitalismo. Il filosofo francese compie una precisa costruzione intellettuale mettendo al primo posto l’Es, diversamente da Platone il quale riconosce primo il Logos indistinto nei sessi, e prospettando de facto un maschilistico primato. Le donne nel disegno di de Sade rimangono subalterne, e non rimane a loro che essere vittime o complici. A tal proposito mi sembra rilevante la dicotomia di personaggi letterari Justine/Juliette; le due sorelle indicano due archetipi sadiani, due tipi chiave all’interno del sistema sadista, i quali nella mia analisi si riallacciano ad altre figure esterne. Lenina Crowne, l’edonista idiota del Brave New World, costituisce l’antenata di Juliette, l’edonista spregevole. Justine rappresenta l’antenata di Weena, probabile vittima dei Morlock. L’autore francese nella sua scrittura offre alla letteratura universale quanto di peggio si possa trovare, è iperbolico e surreale. Tali qualità mi paiono assumere la veste di un’“aberrazione di protesta”. La sua formazione scolastica superiore fu presso gesuiti, e non è da escludere che quel clima religioso integralista abbia traumatizzato una mente sensibile e predisposta alle humanae litterarae. In ogni caso questo scrittore rappresenta un problema critico e filosofico da cui non si può prescindere nella conoscenza dell’intero. Il marchese de Sade è stato accostato a Giacomo Leopardi (1798-1837) per quanto concerne il tema della Natura matrigna (Grande Madre negativa). Altresì in tal caso sono d’accordo con chi ha intravisto l’analogia a monte. Entrambi partono dal medesimo principio: la Natura è Male. Però ciascuno di loro due poi segue una via diversa nello sviluppare il personale sistema filosofico. Importante e da non trascurare è che il Francese viene cronologicamente prima dell’Italiano, e che non si può dire che de Sade sia un leopardiano impazzito, bensì si potrebbe sostenere che Leopardi sia un sadiano represso (anche se in assoluto, a livello critico, possiamo porre le due definizioni sullo stesso piano di studio). Un dettaglio che mi ha colpito osservando questi due scrittori, alla ricerca di elementi in comune lungo il canale condiviso sopra evocato, proviene dall’immagine del vulcano quale simbolo della Grande Madre negativa. Di Leopardi notissimo lo «sterminator Vesevo» che incombe sulla ginestra. Del filosofo francese a questo proposito molto interessante mi si è rivelato un brano de “La nouvelle Justine ou les malheurs de la vertu” (romanzo molto lungo, edito nel 1791). Jérôme, uno dei repellenti protagonisti sadici, trovandosi in Sicilia rivolge una singolare preghiera all’Etna: «Un jour, examinant l’Etna, dont le sein vomissait des flammes, je désirais être ce célèbre volcan. Bouche des enfers, m’écriai-je en le considérant, si comme toi je pouvais engloutir toutes les villes qui m’environnent, que de larmes je ferais couler! [Un giorno, esaminando l’Etna di cui il seno vomitava delle fiamme, desideravo essere questo celebre vulcano. Bocca degli inferi, esclamai osservandolo, se come te potessi inghiottire tutte le città che mi circondano che lacrime farei colare!]». All’accoppiata Etna/Vesuvio si aggiunge un altro spunto analitico proprio subito dopo nel testo sadiano. Jérôme incontra nell’Isola celebrata da Goethe lo scienziato sadico e zoofilo Almani, il quale gli rivolge un ragionamento sulla Natura matrigna di sostanza schiettamente leopardiana (pare di leggere in quella sezione teorica qualcosa scritto da Leopardi!). Almani possiede conoscenze fantascientifiche tali da poter causare un devastante terremoto in tutta la Sicilia. Così i due sadici trovano patologica soddisfazione nel compiere un criminale disegno di morte e di terrore. De Sade cita la sola città di Messina in simile episodio. Il 28 dicembre 1908 un violentissimo terremoto colpì nella realtà quella città siciliana. Jérôme esprime parole di odio per l’Isola (che ospitò Platone, il quale cercò di costruirvi infruttuosamente la sua repubblica ideale). L’espressione di siffatta ostile tensione non appare al mio sguardo casuale. Nella sua vita de Sade fu in Italia e non andò più a sud della Campania: avrebbe potuto situare Jérôme davanti al Vesuvio e ambientare il terremoto in quelle zone, ma ha scelto l’Etna contrariamente a Leopardi. Perché? La differenza tra il Francese e l’Italiano sta nel fatto che questo attende e teme il Male; quello lo asseconda, lo promuove, lo produce. Il Vesuvio è quiescente, mentre l’Etna è più attivo. De Sade vede l’Etna quale simbolo della Grande Madre (positiva e negativa), Leopardi vede il Vesuvio soltanto quale potenziale Grande Madre negativa. Perciò il primo, avendo colto, seppur a distanza, la bellezza metafisica dell’Isola (si pensi a “Teoria della Sicilia” di Manlio Sgalambro), ha bisogno di un malefico intervento umano che conferisca il segno negativo. Lo scrittore francese ha voluto in ossequio al suo sistema di pensiero sfregiare “sadicamente” l’estetica positiva espressa dalla Sicilia, la quale ha individuato come un simbolico campo di scontro intellettuale e di civiltà. De Sade denota in generale l’orgasmo mediante il verbo “décharger”, il quale risulta molto preciso sotto il profilo psicanalitico. Lui ha presente la “carica libidica” proveniente dall’Es. La sua acutezza nel riconoscere simile aspetto gli deriva dalla mentalità illuministica e lo collega al positivismo freudiano (il Positivismo fu la resurrezione post-romantica dell’Illuminismo). “Scaricare” nel senso di “liberare”, tale il significato del sadismo: liberare l’Es grazie a una prassi in sommo grado distruttiva. Una simile idea non può essere ammessa senza perdere l’“umanità” e senza cadere in direzione di un’intollerabile tangenza con le bestie prive di Logos.

 

Un’illustrazione di fine ’700 per “Aline e Valcour” dove inquisitori spagnoli torturano una donna

 

NOTE

Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Filosofie sadiche”
https://www.academia.edu/45301442/Filosofie_sadiche

1 Ho preso in esame tangenzialmente il problema del sadismo all’interno del Cristianesimo in una mia analisi dedicata alla figura di Kierkegaard:

http://lettere-filosofia.blogspot.com/2020/12/lirrazionalismo-nevrotico-di-kierkegaard.html

2 Allo scopo di approfondire, riguardo ai temi affrontati nell’ultimo tratto, rinvio a miei altri studi:

https://www.academia.edu/29344784/Critica_dell_irrazionalismo_occidentale

https://www.academia.edu/14615660/Il_capitalismo_impazzito_di_Aldous_Huxley

https://lettere-filosofia.blogspot.com/2016/11/la-terribile-distopia-di-h-g-wells.html

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.